La terra BENE COMUNE

Le condizioni per la privatizzazione della terra si affermarono circa 5000 anni fa , esse coincisero non a caso con la fine della ginecocrazia, l’affermarsi della linea ereditaria maschile e il matrimonio monogamico.

Precedentemente i gruppi di esseri umani che si erano stabiliti in un dato territorio avevano dei legami di” non proprietà” con la terra, nel senso che le terre venivano usate secondo le necessità collettive senza che nessuno all’interno di una data collettività ne potesse rivendicare il possesso individuale. In altre parole non esisteva la proprietà privata né individuale né collettiva ma solamente l’uso collettivo per la sussistenza della comunità.

La privatizzazione delle terre, tuttavia, non è stato un processo lineare né si è evoluto in maniera omogenea nei cinque continenti.

La condizione di non proprietà o uso civico ha convissuto per lungo tempo con la proprietà privata, in alcune parti come il continente americano la proprietà privata è stata introdotta con l’arrivo e l’insediamento degli europei attorno al XV-XVI sec.

L’ accelerazione del processo di privatizzazione viene determinata dall’affacciarsi nella società di una nuovo soggetto sociale, la nascente  borghesia nazionale che con l’affermarsi come classe dominante sull’aristocrazia avrà sempre più necessità di accumulare capitali da investire.

Le nazioni europee già costituite (Francia, Inghilterra Olanda ecc) iniziano ad accorpare le terre comuni , proprietà distinta da quella statale ,alle proprietà dei latifondi (Landlords)  precedentemente esistenti.

Questa operazione chiamata in Inghilterra “Enclosure of Commons) secondo Marx è la base per “la cosiddetta accumulazione originaria” (Libro primo del Capitale-ultimo capitolo).

Nel XVI secolo ai salariati agricoli inglesi che lavoravano nelle grosse tenute veniva assegnato un casolare con un terreno di circa 4 acri (1,5 ettari) per il proprio fabbisogno alimentare inoltre potevano accedere alle vicine terre comuni dove avevano il diritto di pascolatico, legnatico e della torba (materiale da combustione/costruzione).

L’appropriazione delle terre comuni e l’accorpamento dei terreni assegnati ai salariati agricoli avviene in maniera completamente illegale anche per le leggi allora vigenti e determina la riduzione allo stato di povertà assoluta di decine di migliaia di contadini che rimangono senza casa e senza i mezzi di minima sussistenza. Contemporaneamente il parlamento inglese emana un decreto che vieta l’accattonaggio. Chi verrà sorpreso a mendicare,  la prima volta riceverà cento frustate, la seconda verrà giustiziato.

Il diffondersi della manifattura della lana aveva determinato una grossa domanda di questo materiale, incentivando il grosso allevamento ovino da lana a scapito della agricoltura tradizionale e richiedendo la costituzione di grosse aziende destinate solo al pascolo.

Il diffondersi nel continente europeo della manifattura accelera quindi questo processo di privatizzazione delle terre producendo anche una richiesta di ulteriori terra da privatizzare, di materie prime e manodopera.

La colonizzazione degli altri continenti, dove la “non proprietà delle terre” era ancora in vigore, da parte delle borghesie nazionali soddisfa la richiesta di nuove terre e materie prime, la deportazione e riduzione in schiavitù di milioni di africani porterà manodopera per le nuove monocolture nel continente americano.

Rapina a mano armata, genocidio e razzismo sono le basi su cui nasce la moderna democrazia liberale.

Il processo di privatizzazione delle maggior parte terre del pianeta si conclude, escluse alcune eccezioni marginali, entro la fine del XIX secolo.

In Italia questo processo di privatizzazione ha avuto per motivi storici un andamento contraddittorio.

La borghesia italiana infatti si è affermata e costituita in entità nazionale  con ritardo rispetto ad altri paesi europei e la necessità di accelerare il processo di privatizzazione delle terre di non proprietà ha avuto al sud e nelle isole una carattere di vera e propria colonizzazione.

La privatizzazione forzata sotto forma di conquista militare non è mai stata indolore e ha prodotto dove si è verificata forme di resistenza pacifica e violenta.

Nel 1820 i Savoia emanarono in Sardegna “la legge delle chiudende” simile a quella “enclosure of commons” inglese di tre secoli antecedente.

L’editto prevedeva la privatizzazione delle terre ad uso civico che venivano affrancate, gratuitamente, alle terre dei grossi latifondisti. All’editto seguì una rivolta con l’intervento dell’esercito piemontese che provocò migliaia di morti.

In tutto il meridione d’Italia l’insurrezione contadina che si opponeva alla abolizione degli usi civici fu soppressa con i cannoni, la resistenza feroce dei contadini meridionali oltrepassò abbondantemente l’unità d’Italia. Solamente nel 1869 l’esercito fu in grado di normalizzare la situazione.

La guerra si concluse con 7000 morti in combattimento, 2000 fucilati e 20.000 prigionieri condannati ai lavori forzati ( Fonte R. Del Carria  Proletari senza rivoluzione II cap.)

Questo, molto sinteticamente,  il quadro storico in cui la privatizzazione delle terre è stata imposta, spesso manu militari, alla maggior parte della popolazione del pianeta.

Questa privatizzazione ha permesso alla classe sociale al potere di accumulare le risorse necessarie per l’affermazione del sistema economico sociale vigente e quindi la riproduzione del proprio dominio sul resto della società.

Non vi è alcun dubbio che la proprietà privata  nel nostro paese include oggi la maggior parte delle terre fertili, tuttavia permangono altre forme che non possono essere incluse in questo tipo di proprietà.

Esse sono il demanio di proprietà pubblica e gli usi civici che hanno il carattere di non proprietà o proprietà sociale.

L’uso civico è una forma sopravvissuta della forma di non proprietà precapitalistica e presenta diverse interessanti peculiarità.

–         Uso civico di un dato terreno o parte di esso può gravare anche su di una proprietà privata

–         L’uso civico a differenza del demanio non può essere venduto ma con un procedimento particolare deve essere prima liquidato.

–         Questa forma di non proprietà contiene in sé un carattere sovversivo che immediatamente entra in collisione con la proprietà e l’uso privato della terra

Il tentativo di abolire gli usi civici nel passato come abbiamo visto ha creato forme organizzate di resistenza.

Non abbiamo necessità di andare al XIX secolo per ritrovare questa resistenza.

Nel 1969 l’esercito italiano cercò di insediare su un terreno ad uso civico (pascolatico/legnatico) un poligono militare in Barbagia nelle montagne sarde.

La rivolta della popolazione non si fece attendere a lungo, donne, vecchi, bambini e pastori occuparono per settimane i terreni, impedendo che i soldati sparassero un colpo. Dopo un mese di inutile fronteggiarsi l’esercitò rinunciò. La terra rimase uso civico.

Unica testimonianza rimasta dello scontro: un villaggio da cartolina (con chiesa e caserma annessa) inspiegabile per il turista distratto, rimasti deserti e fuoriposto come era il progetto di militarizzazione del territori.

Un altro esempio di difesa non legata alla proprietà privata può essere considerata la lotta No Tav della Val di Susa. Un’intera valle che difende flessibilmente il diritto collettivo a godersi socialmente  il proprio territorio non può essere considerata altrimenti.

Anche le 352 operaie che occupano da quasi un anno la Nokia-Jabil a Milano difendono un uso collettivo del territorio, impedendo che 16 ettari vengano destinati alla speculazione edilizia di Milano Expo, stanno dimostrando che nonostante le leggi vigenti il padrone della Nokia-Jabil non può disporre della sua proprietà privata!

Il tentativo del governo del Prof. Monti di vendere una parte delle terre di proprietà pubblica va in una direzione già vista: quella di far cassa per cercare di “sanare” una crisi che il loro sistema ha generato.

Su questo non ci può essere nessuna mediazione, qualsiasi accettazione del cambio di destinazione della terra è una legittimazione al loro voler far cassa.

Una legittimazione all’uso di un bene pubblico che vada a beneficio dei loro interessi privati, siano essi banchieri, industriali, o aziende agricole.

Come detto in precedenza un approccio solo istituzionale, considerando anche gli attuali rapporti di forza, risulterebbe controproducente ed al massimo darebbe sotto forma di “compensazione” qualche briciola di terra a progetti di tipo sociale.

Il referendum sul nucleare ed in parte anche quello sull’acqua dimostrano che quando le classi al potere hanno un interesse concreto sono disposte ad ignorare l’opinione (confermata da referendum o meno come nel caso della guerra) della maggioranza della popolazione.

Stracciarsi le vesti sulla costituzione calpestata o la democrazia violata non sembra servire granché.

Trovare una alternativa per imporre la volontà del 99% della popolazione su 1% (che ha il monopolio della forza e quindi della violenza) spetta alla maggioranza stessa o alla parte più “sveglia” di essa.

 (Mario delle api)